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Bonus assunzioni 2026

Bonus assunzioni 2026: come funziona l’esonero contributivo

By DIRITTO DEL LAVORO

Un’azienda che assume una giovane under 35 a tempo indeterminato oggi può azzerare i contributi previdenziali a proprio carico per due anni. Non è un’ipotesi: è quanto prevede il Decreto Lavoro 2026, in vigore dal 1° maggio. Eppure molte imprese non stanno ancora utilizzando il bonus assunzioni 2026 esonero contributivo. Ecco tutto quello che serve sapere per non perdere questa opportunità.

Cosa prevede il Decreto Lavoro 2026 sulle assunzioni

Il D.L. n. 62 del 30 aprile 2026 — il cosiddetto “Decreto Primo Maggio” — ha ridisegnato il sistema degli incentivi all’occupazione in Italia. Il provvedimento mobilita circa 934 milioni di euro e punta su tre obiettivi precisi: occupazione femminile, occupazione giovanile e stabilizzazione dei contratti a termine.

Il cuore del decreto sono quattro misure di esonero contributivo, tutte al 100% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro (escluso l’INAIL):

  • Bonus Donne 2026: per assunzioni a tempo indeterminato di donne di qualsiasi età, prive di lavoro da almeno 24 mesi
  • Bonus Giovani 2026: per assunzioni a tempo indeterminato di under 35 senza impiego da almeno 24 mesi
  • Bonus ZES 2026: per imprese con meno di 10 dipendenti che assumono nelle regioni del Mezzogiorno
  • Stabilizzazione contratti a termine: per trasformazioni a tempo indeterminato entro il 31 dicembre 2026

Quanto vale concretamente l’esonero?

I massimali mensili per lavoratore sono:

  • Fino a 500 €/mese per il Bonus Giovani (standard)
  • Fino a 650 €/mese per il Bonus Donne e per assunzioni in aree ZES
  • Fino a 800 €/mese per donne assunte nelle regioni della ZES Unica Mezzogiorno

La durata è di 24 mesi dalla data di assunzione. Tutti i bonus sono validi per assunzioni effettuate tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2026.

Requisiti e condizioni che le aziende devono rispettare

Accedere al bonus assunzioni 2026 esonero contributivo non è automatico. Il decreto impone condizioni precise, e violarne anche una sola comporta la revoca del beneficio e la restituzione delle somme già fruite.

Le condizioni trasversali a tutti i bonus

  1. Incremento occupazionale netto: l’assunzione deve aumentare il numero di dipendenti rispetto alla media dei 12 mesi precedenti
  2. Nessun licenziamento nei 6 mesi precedenti per giustificato motivo oggettivo o collettivo, nella stessa unità produttiva e per la stessa qualifica
  3. Salario giusto: il trattamento economico del lavoratore non può essere inferiore a quello previsto dal CCNL comparativamente più rappresentativo del settore
  4. Nessun cumulo con altri esoneri contributivi (ma compatibile con la maxi-deduzione del costo del lavoro della Legge di Bilancio 2025)
  5. Sono esclusi i rapporti di lavoro domestico e di apprendistato

Il rischio più sottovalutato: il licenziamento successivo

Spesso le aziende sottovalutano un vincolo critico: se il lavoratore agevolato viene licenziato per giustificato motivo oggettivo entro 6 mesi dall’assunzione, l’esonero viene revocato retroattivamente. Questo vale anche per i licenziamenti di un altro lavoratore con la stessa qualifica, nella medesima unità produttiva.

Prima di pianificare una nuova assunzione agevolata, è quindi indispensabile una verifica preventiva della situazione contrattuale dell’unità produttiva interessata.

Bonus stabilizzazione: la misura più urgente

La stabilizzazione dei contratti a termine è l’unica misura del decreto con una doppia scadenza ravvicinata. Le condizioni sono molto specifiche:

  • Il contratto a termine deve essere stato stipulato entro il 30 aprile 2026, con durata complessiva non superiore a 12 mesi
  • Il lavoratore deve avere meno di 35 anni e non essere mai stato occupato a tempo indeterminato
  • La trasformazione deve avvenire tra il 1° agosto e il 31 dicembre 2026, senza interruzioni
  • L’esonero è al 100% dei contributi, fino a 500 €/mese per 24 mesi

Per questa specifica misura, è in attesa la notifica alla Commissione europea. Le aziende devono quindi monitorare l’iter prima di fare affidamento sull’incentivo.

Come gestire correttamente la procedura di accesso

Sul piano operativo, i bonus Donne e Giovani non richiedono un decreto ministeriale attuativo distinto: sono già in vigore e attendono le istruzioni operative INPS. Il Bonus ZES e la Stabilizzazione hanno tempi di attivazione diversi.

I passi fondamentali per un’azienda sono:

  1. Verificare il rispetto di tutti i requisiti soggettivi del lavoratore (età, stato occupazionale)
  2. Controllare l’assenza di licenziamenti nell’unità produttiva nei 6 mesi precedenti
  3. Calcolare l’incremento occupazionale netto
  4. Applicare il trattamento economico corretto secondo il CCNL di riferimento
  5. Monitorare le circolari INPS per le istruzioni operative aggiornate

Per una guida completa sull’assistenza giuslavoristica alle imprese, consulta la sezione Diritto del Lavoro del nostro studio.

Puoi inoltre consultare il testo ufficiale del decreto direttamente sulla Gazzetta Ufficiale n. 99 del 30 aprile 2026 per verificare ogni dettaglio normativo.

Un errore oggi può costarti due anni di benefici

Il sistema del bonus assunzioni 2026 esonero contributivo offre vantaggi reali. Tuttavia, la complessità dei requisiti e la presenza di meccanismi anti-abuso rendono indispensabile un’analisi preventiva caso per caso.

Sbagliare la qualifica del lavoratore, dimenticare un licenziamento pregresso o non verificare l’incremento occupazionale netto può vanificare mesi di risparmio e generare un recupero contributivo retroattivo.

Lo Studio Legale LFI Fiorillo & Partners assiste aziende e imprenditori nella verifica dei requisiti, nella gestione delle procedure e nella tutela in caso di contestazioni da parte degli enti previdenziali. Contattaci per una consulenza preventiva prima di procedere con le assunzioni agevolate.

Trasparenza algoritmica lavoro

Trasparenza algoritmica lavoro: obblighi per le aziende nel 2026

By DIRITTO DEL LAVORO

Un algoritmo decide chi riceve un’assegnazione, come viene valutato un rider, quando un lavoratore rischia di perdere il contratto. Dal 1° maggio 2026, questo non può più avvenire nell’ombra. Il D.L. 62/2026 ha introdotto obblighi precisi in materia di trasparenza algoritmica lavoro che riguardano non solo le piattaforme digitali e, più in generale, sull’utilizzo di sistemi automatizzati nella gestione dei rapporti di lavoro.

Con il D.L. 62/2026 il legislatore è intervenuto introducendo specifici obblighi di trasparenza algoritmica destinati a incidere profondamente sulla gestione del personale, sul lavoro tramite piattaforme digitali e, più in generale, sull’utilizzo di sistemi automatizzati nei rapporti di lavoro.

Non si tratta di una normativa che riguarda soltanto rider o piattaforme di delivery. Le nuove regole coinvolgono potenzialmente qualsiasi azienda che utilizzi strumenti automatizzati per:

  • selezionare candidati;
  • assegnare turni e attività;
  • monitorare la produttività;
  • valutare performance;
  • determinare premi, penalizzazioni o compensi;
  • gestire processi decisionali HR.

Quando l’algoritmo diventa rilevante per il diritto del lavoro

Il decreto individua un principio molto chiaro: ogni sistema automatizzato che incide concretamente sul rapporto di lavoro assume rilevanza giuridica.

Questo significa che software di scoring, sistemi di ranking, strumenti di scheduling automatico o piattaforme di monitoraggio non possono più essere considerati semplici strumenti tecnici interni all’azienda.

Quando l’algoritmo influenza decisioni che incidono sull’attività lavorativa, entrano in gioco obblighi di trasparenza, controllo e responsabilità datoriale.

I diritti riconosciuti ai lavoratori

Il D.L. 62/2026 introduce tre diritti fondamentali:

Diritto di informazione Il lavoratore deve poter conoscere i criteri e i parametri utilizzati dal sistema automatizzato che lo riguarda.

Diritto di conoscere il proprio rating Chi opera tramite piattaforme digitali ha diritto a sapere come vengono attribuiti punteggi, priorità e penalizzazioni.

Diritto alla revisione umana Le decisioni automatizzate che incidono significativamente sul rapporto di lavoro — sospensioni, esclusioni, modifiche retributive o disattivazioni — devono poter essere riesaminate da una persona fisica.

Quest’ultimo aspetto è centrale: il legislatore afferma espressamente che il rapporto di lavoro non può essere governato esclusivamente da processi automatizzati.

La riqualificazione del rapporto di lavoro: il rischio più alto per le aziende

Uno dei punti più rilevanti riguarda il lavoro tramite piattaforma.

L’art. 12 del D.L. 62/2026 stabilisce che la qualificazione del rapporto dipende dalle concrete modalità di svolgimento dell’attività e non dalla denominazione contrattuale utilizzata dalle parti.

In altri termini, se la piattaforma:

  • organizza i turni;
  • controlla le prestazioni;
  • impone standard di performance;
  • determina unilateralmente compensi e priorità tramite algoritmi;

il rapporto può essere riqualificato come subordinato, indipendentemente dal contratto formalmente sottoscritto.

Le conseguenze per le aziende possono essere molto rilevanti:

  • recupero contributivo retroattivo;
  • sanzioni amministrative;
  • contenzioso giuslavoristico;
  • rivendicazioni retributive;
  • responsabilità in materia di sicurezza sul lavoro.

Per approfondire i rischi legali legati alla gestione del personale e alla qualificazione dei rapporti di lavoro, consulta la sezione Diritto del Lavoro di LFI Fiorillo & Partners.

Gli obblighi concreti per piattaforme e aziende

Il decreto introduce inoltre specifici obblighi organizzativi:

  • identificazione certa degli accessi alle piattaforme;
  • divieto di utilizzo promiscuo degli account;
  • tracciabilità delle prestazioni;
  • conservazione dei log algoritmici;
  • procedure di revisione umana;
  • obblighi formativi in materia di sicurezza.

Particolarmente delicato è il tema della conservazione dei dati algoritmici.

Le aziende dovranno essere in grado di documentare:

  • quali decisioni siano state adottate dal sistema;
  • quali parametri abbiano inciso sul risultato;
  • quali dati siano stati utilizzati;
  • chi abbia eventualmente validato la decisione automatizzata.

Questo implica non solo adeguamenti tecnologici, ma anche una revisione delle procedure interne HR e compliance.

Per consultare il testo ufficiale del decreto e verificare gli obblighi normativi nel dettaglio, è disponibile il testo integrale del D.L. 62/2026 sulla Gazzetta Ufficiale.

Il rischio di un lavoro “filtrato” dagli algoritmi

Accanto agli aspetti strettamente normativi, esiste però un tema sociale e culturale che non può essere sottovalutato.

Sempre più aziende utilizzano sistemi automatizzati per selezionare curriculum, attribuire punteggi ai candidati e filtrare competenze sulla base di criteri preimpostati.

L’utilizzo della tecnologia nei processi di recruiting rappresenta certamente uno strumento utile per gestire grandi quantità di dati e ottimizzare tempi e costi.

Il problema nasce quando l’algoritmo smette di essere uno strumento di supporto e diventa il decisore effettivo.

In questi casi il rischio è concreto:

  • selezioni standardizzate;
  • valutazioni fondate su parametri rigidi;
  • esclusione preventiva di candidati validi;
  • perdita della componente relazionale nella gestione del personale.

Il fenomeno riguarda soprattutto i più giovani che si affacciano al mondo del lavoro attraverso piattaforme digitali e sistemi automatici di screening.

Un curriculum non costruito secondo determinate logiche informatiche, l’assenza di specifiche keyword o modalità espressive “compatibili” con il software non dovrebbe impedire a una persona competente di accedere almeno alla fase del colloquio.

Il fattore umano resta centrale

La gestione delle risorse umane non potrà mai essere integralmente affidata a un algoritmo.

Esistono competenze e professionalità che difficilmente possono essere misurate da sistemi automatizzati e che spesso rappresentano il vero valore aggiunto di una risorsa:

  • capacità relazionali;
  • leadership;
  • gestione dei conflitti;
  • adattabilità;
  • affidabilità;
  • attitudine al lavoro di squadra.

Sono qualità che emergono realmente soltanto attraverso il confronto umano.

Ridurre la selezione e la gestione del personale a parametri numerici, punteggi o filtri automatici rischia non solo di penalizzare candidati meritevoli, ma anche di impoverire la qualità stessa delle organizzazioni aziendali.

La tecnologia può supportare i processi decisionali, ma non può sostituire integralmente la sensibilità, l’esperienza e la capacità valutativa delle persone.

Compliance, contenzioso e organizzazione aziendale

La trasparenza algoritmica non rappresenta soltanto un nuovo adempimento formale.

Si tratta di un ambito destinato ad avere un impatto concreto su:

  • organizzazione aziendale;
  • gestione HR;
  • tutela dei lavoratori;
  • responsabilità datoriale;
  • contenzioso giuslavoristico.

Per le imprese diventa quindi fondamentale verificare:

  • quali sistemi automatizzati siano già in uso;
  • quali decisioni incidano sul rapporto di lavoro;
  • se esistano procedure di controllo umano;
  • se la documentazione interna sia adeguata ai nuovi obblighi normativi.

L’assistenza legale in questo settore richiede oggi competenze che uniscano diritto del lavoro, compliance tecnologica, gestione organizzativa e prevenzione del contenzioso.

La sfida dei prossimi anni

Il messaggio del legislatore è chiaro: l’innovazione tecnologica non elimina la responsabilità datoriale.

L’algoritmo può aiutare a organizzare il lavoro, ma non può diventare uno strumento opaco di gestione delle persone.

La vera sfida dei prossimi anni sarà trovare un equilibrio tra efficienza tecnologica e tutela del fattore umano, evitando che l’automazione finisca per comprimere dignità professionale, opportunità lavorative e qualità delle relazioni all’interno delle aziende.

LFI Fiorillo & Partners assiste le imprese nell’analisi dei sistemi di gestione automatizzata, nella revisione dei contratti di collaborazione con lavoratori su piattaforma e nella gestione delle controversie in caso di riqualificazione del rapporto. Contattaci per una consulenza preliminare.

CCNL non prodotto: come le aziende possono vincere una causa di lavoro sfruttando errori nel ricorso del lavoratore

CCNL: quando l’errore del lavoratore diventa un vantaggio per l’azienda_

By DIRITTO DEL LAVORO, NEWS

La sentenza del Tribunale di Palermo n. 996/2026 offre un insegnamento estremamente rilevante per le aziende: nel processo del lavoro, gli errori di impostazione del ricorso possono diventare una leva decisiva per la difesa.

Non si tratta solo di diritto sostanziale, ma di strategia processuale.

Il caso: una domanda economicamente rilevante

Il lavoratore aveva agito in giudizio chiedendo:

  • il riconoscimento di mansioni superiori
  • il pagamento di differenze retributive
  • l’indennità di trasferta

Sosteneva di aver svolto attività di autista percorrendo quotidianamente 500/600 km.

La richiesta superava i 55.000 euro.

Tuttavia, tutta la domanda si fondava su un presupposto essenziale: l’applicazione del contratto collettivo nazionale (CCNL).

Il nodo giuridico: l’onere della prova

Nel processo del lavoro vale un principio fondamentale:

il contratto collettivo non è automaticamente conosciuto dal giudice, ma deve essere prodotto dalla parte che lo invoca

Questo significa che:

  • il lavoratore deve allegarlo
  • deve produrlo nei tempi corretti
  • deve renderlo utilizzabile dal giudice

In assenza di ciò, la domanda diventa tecnicamente “incompleta”.

L’errore del ricorrente: un’occasione per la difesa

Nel caso concreto, il lavoratore:

  • non ha depositato il CCNL con il ricorso
  • ha tentato di rimediare tardivamente
  • ha invocato un problema tecnico non dimostrato

Il Tribunale ha rigettato la richiesta di recupero per:

  • mancanza di prova del problema tecnico
  • inerzia processuale

Ma il punto più interessante è un altro.

Il vero elemento decisivo: l’eccezione della società

La mancata produzione del CCNL non opera automaticamente a sfavore del lavoratore.

Diventa decisiva quando:

👉 la società eccepisce questa carenza in modo tempestivo e puntuale

Nel caso di specie, la difesa aziendale:

  • ha contestato la mancata produzione
  • ha eccepito la decadenza
  • ha impedito qualsiasi recupero documentale

Il risultato è stato chiaro:

la domanda è stata rigettata non perché infondata, ma perché tecnicamente non dimostrabile.

Se tale eccezione non fosse stata sollevata, l’esito del giudizio avrebbe potuto essere diverso.

La vera lezione: la difesa è una strategia, non una reazione

Questa sentenza mette in evidenza un principio cruciale per le aziende:

la difesa in un giudizio di lavoro non deve limitarsi al merito, ma deve saper individuare e sfruttare gli errori del ricorso introduttivo.

In particolare:

  • omissioni documentali
  • carenze probatorie
  • violazioni dei termini processuali

possono diventare strumenti difensivi determinanti.

È qui che si gioca la vera partita.

Il principio chiave da comprendere

La decisione chiarisce un concetto fondamentale:

nel diritto del lavoro, avere ragione non basta: bisogna dimostrarla correttamente nei tempi e nei modi previsti dal processo.

In concreto:

  • il CCNL è spesso la base delle pretese economiche
  • la sua mancata produzione rende la domanda indeterminabile
  • il giudice non può sostituirsi alle parti in presenza di contestazioni

Approccio operativo per le aziende

Dal punto di vista pratico, emergono tre linee strategiche:

  1. Analisi tecnica del ricorso
    Non basta difendersi nel merito: è essenziale verificare come è costruita la domanda.
  2. Tempestività delle eccezioni
    Le eccezioni processuali devono essere sollevate subito: è lì che si crea il vantaggio.
  3. Difesa strutturata
    Una difesa efficace integra merito e tecnica processuale, sfruttando ogni debolezza dell’avversario.

Conclusione

Questa pronuncia dimostra che:

un errore processuale può valere più di una ragione nel merito.

Per le aziende, significa trasformare la difesa da attività passiva a leva strategica capace di incidere direttamente sull’esito della causa.

Se la tua azienda è coinvolta in un contenzioso di lavoro o vuoi impostare una difesa efficace fin dalla fase iniziale, richiedi una consulenza personalizzata con lo Studio Fiorillo compilando il form qui sotto.

Recupero Crediti

Recupero crediti e NPL: competenza legale nelle operazioni di cartolarizzazione

By DIRITTO CIVILE, DIRITTO DEL LAVORO, NEWS

Il recupero crediti oggi non è più un’attività meramente esecutiva. È, invece, un processo complesso che richiede competenze giuridiche, strategiche e operative.

Questo scenario emerge con particolare evidenza nel settore degli NPL (Non Performing Loans), dove i crediti deteriorati vengono ceduti in blocco nell’ambito di operazioni di cartolarizzazione. In questo contesto, il recupero crediti diventa una leva fondamentale per la valorizzazione degli asset finanziari.

Recupero crediti e cartolarizzazione: un sistema complesso

Le operazioni di cartolarizzazione, disciplinate dalla Legge 130/1999, consentono agli istituti di credito di trasferire portafogli di crediti deteriorati a società veicolo (SPV), che ne gestiscono il recupero crediti.

Tuttavia, questo sistema presenta diverse criticità operative e giuridiche. Il credito viene ceduto in massa, la documentazione risulta spesso incompleta o frammentata e diventa necessaria una ricostruzione giuridica puntuale. Inoltre, il recupero crediti richiede un approccio personalizzato e non standardizzato.

Il ruolo dello studio legale

Nel contesto degli NPL, il supporto di uno studio legale specializzato nel recupero crediti è determinante. L’attività non si limita alla fase giudiziale, ma si estende a una gestione completa e strategica dell’intero processo.

  • Analisi e due diligence dei portafogli
    La prima fase riguarda la verifica della documentazione contrattuale, della titolarità del credito e della sua esigibilità. Questa attività è essenziale per impostare correttamente qualsiasi strategia di recupero crediti.

    • gestione stragiudiziale
    • accordi transattivi
    • azioni esecutiveStrategie di recupero crediti

Successivamente, viene individuata la soluzione più efficace caso per caso. Le opzioni includono:

    • opposizioni a decreto ingiuntivo
    • eccezioni sulla legittimazione attiva
    • contestazioni sulla prova del creditoRecupero crediti giudiziale e gestione del contenzioso

Quando necessario, si procede con il recupero crediti in sede giudiziale. Le principali criticità riguardano:
In queste situazioni, la gestione tecnica del contenzioso diventa decisiva per il buon esito dell’azione.

Le criticità più frequenti

L’esperienza evidenzia alcune problematiche ricorrenti. Tra queste:

  • carenze nella documentazione contrattuale
  • difficoltà nella prova della cessione del credito
  • contestazioni sulla titolarità
  • eccezioni del debitore (prescrizione, anatocismo, nullità)

Per questo motivo, ogni posizione deve essere analizzata in modo approfondito e tecnico.

Un approccio integrato al recupero crediti

Il recupero crediti in ambito NPL richiede un approccio multidisciplinare. È necessario combinare:

  • conoscenza della normativa bancaria e finanziaria
  • aggiornamento costante sulla giurisprudenza
  • competenze nel contenzioso
  • visione strategica del portafoglio

Non si tratta semplicemente di recuperare un credito, ma di valorizzare un asset complesso.

Il valore dell’esperienza nel recupero crediti

Un’esperienza consolidata nel recupero crediti consente di:

  • ridurre i tempi di recupero
  • minimizzare i rischi processuali
  • gestire efficacemente anche le posizioni più complesse

Questo rappresenta un vantaggio competitivo concreto per operatori e investitori.

Perché affidarsi ai professionisti

Affidarsi a professionisti esperti nel recupero crediti significa aumentare concretamente le probabilità di successo. Un approccio tecnico e strategico permette di affrontare ogni criticità con maggiore sicurezza, controllo e precisione.

Se hai posizioni complesse da gestire o operi nel settore degli NPL, contattaci per richiedere una consulenza con il nostro Studio Legale.

smart working 2026

Smart working 2026: cosa cambia davvero per aziende e lavoratori

By DIRITTO DEL LAVORO, NEWS

Lo smart working oggi: regole, obblighi e rischi legali

Lo smart working non è più quello che era nel 2020.

Dopo anni di utilizzo emergenziale, il lavoro agile è entrato in una nuova fase, più regolata, più esigente e soprattutto più “giuridica”.

I recenti interventi normativi del 2025–2026 non introducono un diritto generalizzato, ma cambiano profondamente il modo in cui lo smart working deve essere gestito e, soprattutto, contestato.

Smart working: dalle origini alla trasformazione post-pandemia

Lo smart working nasce con la Legge 81/2017 come modalità flessibile di esecuzione del lavoro subordinato, basata su un accordo individuale.

Durante la pandemia, però, questo modello è stato completamente stravolto: niente accordi, utilizzo generalizzato e funzione sanitaria.

Oggi siamo in una fase diversa: lo smart working è tornato alla sua struttura originaria, ma con un peso completamente nuovo.

Non è più un’opzione “eccezionale”, ma una modalità stabile di lavoro.

Responsabilità del datore di lavoro

Le recenti riforme incidono su tre aspetti fondamentali.

Il collegamento con il D.Lgs. 81/2008 è stato rafforzato così che il datore è responsabile anche nel lavoro da remoto, non controllando la casa del lavoratore ma informandolo sui rischi, aggiornando le misure di sicurezza ed organizzando il lavoro in modo corretto.

Pur non esistendo un diritto automatico allo smart working, il datore di lavoro comunque non può più dire semplicemente “no”.

Serve una motivazione concreta, ragionevole e coerente con l’organizzazione.

Questo vale soprattutto in presenza di problemi di salute, esigenze familiari e situazioni di fragilità.

Lo smart working quindi non è più solo flessibilità e produttività ma diventa anche strumento di tutela del lavoratore.

E questo cambia completamente il quadro.

Obblighi informativi: cosa cambia nel 2026

Un profilo particolarmente rilevante introdotto dalle recenti modifiche normative riguarda proprio gli obblighi informativi in capo al datore di lavoro.

L’art. 11 della legge 11 marzo 2026, n. 34, ha infatti previsto specifiche sanzioni per le imprese che non forniscono ai lavoratori informazioni chiare, complete e aggiornate in relazione allo svolgimento dell’attività in modalità agile.

Si tratta di un rafforzamento di un obbligo già previsto dalla Legge 81/2017, che impone al datore di lavoro di consegnare un’informativa sui rischi generali e specifici connessi alla prestazione lavorativa.

La novità del 2026 non introduce un obbligo nuovo, ma ne modifica profondamente l’effettività:
l’informativa deve essere concreta e comprensibile, deve essere aggiornata periodicamente e soprattutto deve essere effettivamente consegnata e tracciabile.

In altre parole, non è più sufficiente predisporre un documento formale, ma le imprese devono dimostrare di aver adempiuto correttamente e continuativamente all’obbligo.

Questo comporta un cambio di prospettiva significativo: la gestione dello smart working entra a pieno titolo nell’area della compliance aziendale, con conseguenze anche sul piano sanzionatorio.

Smart working e contenzioso: i rischi per le imprese

Le nuove regole stanno aprendo spazi di contenzioso molto concreti.

I casi più frequenti riguardano:

  • rifiuto immotivato dello smart working
  • revoca improvvisa del lavoro da remoto
  • mancata valutazione di situazioni personali (salute, figli, caregiver)
  • problemi di sicurezza e infortuni
  • controllo a distanza e privacy

In tutti questi casi, il giudice non si limita più a verificare la regola, ma valuta la ragionevolezza, la proporzionalità e la correttezza del comportamento aziendale.

Le imprese non possono più gestire lo smart working in modo informale.

È necessario:

  • strutturare accordi chiari
  • documentare le decisioni
  • motivare eventuali rifiuti
  • aggiornare le misure di sicurezza
  • verificare la corretta gestione degli obblighi informativi

Il rischio non è solo organizzativo, ma anche legale.

Smart working tra organizzazione e diritti

Il lavoro agile oggi non è più solo una scelta organizzativa ma è uno spazio in cui si incontrano organizzazione aziendale, diritti fondamentali, sicurezza ed equilibrio vita-lavoro.

Lo studio ha sempre seguito con particolare attenzione l’evoluzione normativa e applicativa del lavoro agile.

Il Prof. Fiorillo, socio fondatore dello  studio e docente presso la LUISS, è attualmente impegnato in attività di formazione specialistica sul tema “Linee guida della Funzione Pubblica per il lavoro agile: i requisiti obbligatori dei lavoratori, gli obblighi dei responsabili, i lavoratori fragili e gli accordi individuali”.

L’attività accademica e formativa, unita all’esperienza professionale, consente allo studio di offrire un’assistenza aggiornata e qualificata in un ambito in continua evoluzione, supportando imprese e lavoratori nella corretta gestione dello smart working e nella prevenzione del contenzioso.

Il nostro studio assiste aziende nella strutturazione dello smart working ed in particolare nella:

  • predisposizione di accordi
  • regolazione dei rifiuti o revoche
  • gestione degli obblighi di sicurezza e informazione
Errori processuali nel diritto del lavoro: come la difesa aziendale può ribaltare una causa

Errori processuali nel diritto del lavoro: come la difesa aziendale può ribaltare una causa

By DIRITTO DEL LAVORO

Le recenti decisioni dei Tribunali di Palermo e Messina mostrano un aspetto spesso sottovalutato: nel diritto del lavoro, la vittoria non dipende solo dal merito, ma dalla capacità di leggere e sfruttare gli errori processuali della controparte.

Ed è proprio qui che emerge il vero valore di una difesa strutturata per le aziende.

Il caso: domande rilevanti ma vulnerabili

Nel primo caso, il lavoratore aveva richiesto:

  • differenze retributive per oltre 55.000 euro
  • riconoscimento di mansioni superiori
  • indennità di trasferta

Nel secondo caso, invece, si contestava:

  • un licenziamento ritenuto illegittimo
  • la mancata applicazione dei benefici della Legge 104
  • comportamenti ritorsivi del datore di lavoro

Domande importanti, articolate e potenzialmente molto pericolose.

Eppure, entrambe le azioni giudiziarie si sono scontrate con un limite decisivo: l’impostazione tecnica del ricorso.

Primo profilo: la mancata produzione del CCNL

Nel giudizio davanti al Tribunale di Palermo, il lavoratore non ha prodotto il contratto collettivo su cui fondava le proprie richieste.

Questo elemento è cruciale perché il contratto collettivo non è automaticamente conosciuto dal giudice e deve essere prodotto dalla parte che lo invoca

Ma il punto davvero strategico è un altro.

Il ruolo decisivo della difesa aziendale

La mancata produzione del CCNL non produce automaticamente il rigetto della domanda.

Diventa determinante solo se la società eccepisce tempestivamente questa carenza,

Nel caso concreto, la difesa della società:

  • ha contestato la mancata produzione
  • ha eccepito la decadenza
  • ha impedito al lavoratore di sanare la lacuna

Il risultato?

La domanda è stata rigettata non per mancanza di diritto, ma per un errore di impostazione del ricorso, colto e valorizzato dalla difesa.

Se tale eccezione non fosse stata sollevata, l’esito della causa avrebbe potuto essere diverso.

Secondo profilo: l’incompetenza territoriale

Nel procedimento davanti al Tribunale di Messina, il lavoratore ha promosso la causa in un foro non competente.

Anche qui, il punto non è solo tecnico.

La leva difensiva della società

La questione della competenza territoriale è emersa anche grazie alle difese della società, che hanno evidenziato:

  • l’assenza di una sede aziendale a Messina
  • la centralità operativa della sede di Bagheria
  • la natura “mobile” della prestazione lavorativa

Il giudice ha ribadito un principio fondamentale: non basta lavorare in un territorio per radicare la competenza, serve una vera struttura organizzativa aziendale

Anche in questo caso, la strategia difensiva è stata determinante.

Il vero insegnamento: la difesa non è solo nel merito

Queste decisioni evidenziano un principio chiave per le aziende:

una difesa efficace non si limita a contestare i fatti, ma analizza e sfrutta le debolezze del ricorso avversario.

In particolare:

  • errori documentali
  • carenze probatorie
  • vizi processuali
  • errata individuazione del giudice

possono diventare strumenti decisivi per ottenere il rigetto della domanda.

Approccio strategico per le aziende

Dal punto di vista operativo, una difesa efficace deve basarsi su tre pilastri:

1. Analisi tecnica del ricorso introduttivo
Non solo cosa viene chiesto, ma come viene costruita la domanda.

2. Individuazione delle eccezioni processuali
Le eccezioni (decadenza, incompetenza, carenze probatorie) devono essere sollevate tempestivamente.

3. Strategia difensiva integrata
Merito e processo devono viaggiare insieme: spesso è il processo a decidere l’esito.

Queste pronunce dimostrano che:

la vera differenza in una causa di lavoro non è solo avere ragione, ma saper difendere correttamente la propria posizione sin dall’inizio.

Per le aziende, questo significa trasformare la difesa da attività reattiva a leva strategica.

Se la tua azienda sta affrontando un contenzioso di lavoro o vuoi impostare una strategia difensiva efficace fin dalla fase iniziale, richiedi una consulenza personalizzata con lo Studio Fiorillo compilando il form qui sotto.